L’ironia icastica e dolceamara dei live di Carlo Fava (2)

Sulla tragicomica e cinica alternanza di cronaca nera e frivoli gossip da rotocalco proprio all’interno dei tg nazionali ironizza “La scaletta”, un divertissement con cui Carlo, in una specie di stornello romano, musica i titoli dei servizi televisivi. Le notizie sono al centro anche di “Metroregione”, dolente ballata che ricorda il migliore Jannacci e si conclude dal vivo con un monologo dalle tinte forti,quasi venato di rabbia; in quello che è forse il momento più intenso dello spettacolo, Carlo denuncia il pericolo che notizie scritte, proposte e montate male ci privino della verità ed esprime lo sdegno per l’egoismo, l’intolleranza, la volgarità dei nostri tempi, che richiedono all’artista solo prodotti scadenti “comprensibili a tutti”, snobbando la qualità e la profondità.

Questo intermezzo parlato sulle note di “Metroregione” fa cenno anche alla vittoria e alla sconfitta delle idee di uomini che dovrebbe essere liberi: in una fitta rete di rimandi che prova la coerenza e l’unità dell’ispirazione del cantautore, si anticipa così il tema de “La palude”, coinvolgente canzone che allude metaforicamente al pantano della giustizia e della politica italiana. Inoltre questo monologo annuncia già l’argomento della vita degli artisti che “Cofani e portiere” declinerà in modo smaliziato e divertito, elencando in dialetto pseudo-napoletano i secondi lavori che apprezzati letterati e pensatori son stati costretti a svolgere per mantenersi. Da menzionare sono anche il commovente monologo privo di retorica su un passato incarnato dagli oggetti, “piccoli irrinunciabili prolungamenti di noi stessi”, e sulla morte come fredda e rigida immobilità, ma soprattutto come non vedersi più e non poter essere più visti. Queste ultime meditazioni presentano “L’ultima volta che ho visto i tuoi occhiali”, che così acquisisce un supplemento di malinconia, nelle sue evocazioni dei fotogrammi di un viaggio, di una stazione sommersa della neve, o della piazza affollata di “idee di ogni ordine e razza”.

Non mancano nella setlist anche le cover; dopo “La malavita non è più”, che dinnanzi alla corruzione invisibile e oscura della “scatola cinese delle aziende e delle imprese” rimpiange le avventure leggendarie e palesi dei delinquenti di famigerati e pittoreschi locali milanesi, ecco arrivare infatti un accenno di una canzone che per atmosfere e base musicale risulta molto in tema, ovvero “Nel cielo dei bar” di Fred Buscaglione. Una reinterpretazione di “Non esiste l’amor” di Celentano fa da complemento invece ad un monologo sulle piccole e grandi manie delle donne, che spesso, peccando di una brutale sincerità, assurgono a “regine degli opposti”, in grado con facilità di esaltare con un improvviso “ti amo” e freddare soprattutto con un secco “ti odio”. Con pennellate corpose e gustose vengono descritte anche altre figure femminili, nel singolo di lancio dell’album “L’uomo flessibile”, la bossa nova “Sotto il quadro di Chaplin”, nei ritratti di famiglia della stessa titletrack del disco(ispirata alla celebre “St. Thomas” di Sonny Rollins)sulle anomalie e le “novità” della modernità, nella struggente narrazione di “Nuvola nera”, e in “Treni con prenotazione obbligatoria”.

Il titolo di questo brano simboleggia le esigenze di ragazze particolarmente esose, attratte dal conto in banca e dai vestiti firmati, che il protagonista del testo, che invece “ama senza calcolo”, simulerà di avere per essere degnato di attenzione. Il pezzo è tratto dall’album di esordio di Carlo, “Ritmo vivente muscolare della vita” e chiude il live nell’encore assieme ad un’altra ironica chicca, “In caduta libera dall’ottavo piano”, presentata a Sanremo Giovani ’93, proiettando l’ascoltatore con un gradevole salto nell’interessante passato artistico di Fava.