Il Giornale

Quest’Italia che non legge e “se parla parla solo in inglese”.
Quest’Italia colpita al cuore dai cellulari e dai TG, da internet e dalle telepromozioni.
Quest’Italia affarista e tecnocratica che “non ha nessuna nostalgia di quando c’era ancora un pensiero”. Anzi, “con l’estetica al litio e il pensiero a riposo”.

E’ l’Italia che Carlo Fava racconta con la puntualit&agraev; del cronista e lo sgomento dell’eterno straniero, in un album che è una piccola apocalisse del sentire, anzi il ritratto d’un domani che è già tutto nel presente: tantochè “se fossi il futuro mi vergognerei”. Fava è un’artista vero, controcorrente, come mostra questo album fuori dai denti, passionale e scettico, che beppe quirici arrangia da par suo: traducendo in dense pennellate sonore gli umori e le rabbie, gli struggimenti e le impennate del cantante-autore. Che nel grigio di quest’impoetica civiltà cita Platone e Ungaretti, Sartre e Picasso, Pirandello e Marquez, Chaplin e Verdi come le statue di cera di un’era sommersa, tutta da rimpiangere.